Riorganizzazione sanitaria telemedicina

Riorganizzazione dell'assistenza sanitaria Cosa ci ha fatto emergere la pandemia e come deve cambiare la sanità

Progetti rimasti sulla carta

Erano nati dei percorsi validi, progetti che avrebbero potuto cambiare il destino della Sanità nazionale e locale, anche in previsione di un’emergenza quale quella che stiamo vivendo come medici e pazienti. Molti programmi, apprezzabili sulla carta, a cui non è seguita la fase attuativa.

Nel 2012 (ben 8 anni fa) fu pubblicato in gazzetta ufficiale il decreto legge n.158, messo a punto dal ministro della salute Renato Balduzzi. Uno dei 14 punti riguardava la riorganizzazione dell’assistenza sanitaria territoriale che prevedeva il processo di de-ospedalizzazione da accompagnare a un corrispondente e contestuale rafforzamento dell'assistenza sanitaria sul territorio. Si sottolineava l’importanza del coordinamento tra i medici di medicina generale e specialisti, al fine di decongestionare gli ospedali e di far fronte alle esigenze di continuità assistenziale, organizzazione e gestione. Obiettivi perseguibili attraverso lo sviluppo dell'ICT (Tecnologie dell’informazione e della comunicazione) quale strumento irrinunciabile per l'aggregazione funzionale e per l'integrazione delle cure territoriali e ospedaliere.

Il riordino dell'assistenza primaria, così come ridisegnato dalla legge Balduzzi, fondato sulle AFT (aggregazioni funzionali territoriali) e UCCP (unità complessa di cure primarie), ha registrato sino ad oggi un ritardo attuativo di circa sette anni, dimostrando ancora una volta i difetti che affliggono la regolazione della sanità. Le cause? L’inerzia della quasi totalità delle Regioni davanti ai cambiamenti e la notevole lentezza registrata nel perfezionamento della contrattazione collettiva dei medici convenzionati. Così come in Piemonte non ha avuto seguito, se non con una fase meramente sperimentale, l’apprezzabile progetto di riorganizzazione dell'assistenza territoriale annunciata dalla Regione sin dal 2015.

Da un documento del 2015 sulla rete assistenziale territoriale spicca la bassissima percentuale di assistenza domiciliare rispetto al 4% previsto dai LEA (Livelli Essenziali di Assistenza), motivo per il quale il Piemonte è considerato inadempiente; ma al di là di questo fatto è evidente l’assoluta indicazione ad andare quanto prima verso una direzione che individui una reale alternativa al ricovero ospedaliero, potenziando attività quali: continuità assistenziale, ospedalizzazione a domicilio, diagnostica a domicilio, Assistenza Domiciliare Integrata, attività socioassistenziali, RSA, volontariato.

Poi arriva l’uragano Covid

Oggi il mondo è stato completamente trasformato da un uragano chiamato COVID 19. L’assistenza territoriale ha dimostrato la sua debolezza soprattutto in quelle che solo ieri erano ritenute essere regioni virtuose e modello sanitario ideale in questa nazione e in gran parte del mondo. Ma la pandemia ha dimostrato tutta la fragilità di modelli quali quello lombardo, dove sicuramente l’eccellenza in alcuni campi resta indiscutibile (possibilità di cure e terapia all’avanguardia), tuttavia a scapito di una rete territoriale fragile.

Eppure, catastrofi come il coronavirus sono prevedibili. È questo il giudizio che molte autorità, politiche e scientifiche, hanno condiviso in passato tramite studi e ricerche. Anche l’OMS e la Banca mondiale lanciarono tempo fa l’allarme in un rapporto che dettava le cifre dell’impatto, sia in termini di vite umane sia per l’economia mondiale, di una pandemia come quella del coronavirus.

La riduzione di attività per i malati cronici e l’ipotesi delle cure a distanza

La pandemia ha determinato una forte necessità di riorganizzazione del sistema sanitario. Le risorse sono state concentrate tutte sulla gestione dei pazienti colpiti da questa infezione e nell’ottica di limitare il più possibile il contagio le attività per pazienti esterni sono state bloccate. Questo ha determinato un effetto di ridotta cura sulla popolazione affetta da malattie croniche (scompenso cardiaco, ipertensione arteriosa, tumori). Allo stesso tempo a breve si apriranno delle nuove necessità, urgenti, di rivalutazione di tutti questi pazienti.

E’ necessario oggi considerare le criticità dell'attuale situazione come occasione di ridiscussione del rapporto ospedale territorio e la possibilità di esplorare nuove forme di cura a distanza (telemedicina).
Ciò che anche la pandemia ha fatto emergere è una segmentazione del servizio sanitario in cui medico di famiglia, specialista territoriale e specialista ospedaliero hanno una continuità nella gestione del paziente ma ciascuno, al meglio delle possibilità, svolge da solo il suo lavoro. Il congelamento delle visite specialistiche di controllo, degli interventi in elezione produrrà a brevissimo la necessità di far fronte a tutte le visite che non sono state effettuate o che sono state rimandate a data da destinarsi.

Crisi come spinta per rafforzare il SSN e la necessità di medici di famiglia preparati

Una politica responsabile che consenta di rafforzare davvero il SSN dovrebbe leggere la crisi come la grande occasione per non ripetere gli errori del passato.

La medicina territoriale ha bisogno di prendere fiato attraverso investimenti in primo luogo culturali e organizzativi che consentano ai pazienti di poter contare su medici di famiglia preparati (per davvero), i quali in modo competente possano accedere quando appropriato ad approfondimenti diagnostici e consulenze specialistiche senza dover demandare il tutto all’ospedale. Gli specialisti ospedalieri, integrati e in contatto con i medici di medicina generale e gli specialisti del territorio potrebbero sfruttare l’occasione per ricevere i pazienti che realmente necessitano del loro consulto.

L’occasione di cambiare potrebbe essere letta anche nell’ambito dell'organizzazione delle visite specialistiche. Per due mesi tutti si sono adattati ad effettuare telelavoro per necessità. Sarebbe una svolta organizzativa importante pensare di effettuare valutazioni mediche a distanza allo scopo di continuare a mantenere il contatto con in pazienti.

L’ospedale dovrà essere visto sempre più come un luogo di cura intensivo e di interventistica programmata. Allo stesso tempo sarà impossibile non ripensare a un più adeguato approccio ai bisogni del cittadino, fornendo al paziente fragile anche un servizio di civiltà nel proprio ambiente sociale senza costringerlo a percorsi molto gravosi per lui, per i suoi cari e per la comunità. Questo al tempo del COVID diviene sempre più attuale e necessario. Non sarà possibile superare i limiti organizzativi delle strutture ospedaliere attuali se non saranno ripensate e reinterpretate. Semplicemente sarà sufficiente iniziare una concreta attuazione di quello che è stato già programmato in passato e applicare quelle che oggi sono le infine possibilità offerte dalla tecnologia e dalla telemedicina. In poche parole dovrà essere l’ospedale ad andare incontro al cittadino superando il modello ospedaliero interpretato fino ad oggi come un castello medioevale con ponte levatoio da superare solo dopo una infinita burocrazia.

- Carlo Budano, Alberto Milan -

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