Cuore sano? Basta poco per saperlo

Cuore sano? Basta poco per saperlo

La cardiologa Patrizia Noussan spiega come riconoscere un cuore sano attraverso semplici step.

La prevenzione cardiovascolare passa sempre attraverso due strade strettamente collegate: la promozione di uno stile di vita corretto e controlli di check-up mirati. Spesso bastano le analisi del sangue per scoprire lo stato di salute generale e di specifici distretti del nostro organismo. Il cuore non fa eccezione, come ci spiega in questa intervista la Dottoressa Patrizia Noussan, primario del reparto di Cardiologia dell’Ospedale San Giovanni Bosco di Torino.


Quali sono i primi indicatori della salute del cuore in un soggetto “apparentemente” sano?

Per noi è importante conoscere l’età del paziente, il sesso, se è un fumatore, quali sono i suoi valori di pressione e di colesterolo. Con questi cinque dati siamo già in grado di valutare il rischio cardiovascolare del paziente.
A seconda del rischio il medico sarà poi più o meno aggressivo sia negli accertamenti sia nell’approccio terapeutico.
Sicuramente lo stile di vita ci fornisce informazioni fondamentali. Per gli over 40 partiamo dalla valutazione del BMI (l’indice di massa corporea: valori normali tra 20 e 25) e della circonferenza addominale; per le donne la circonferenza dell’addome dovrebbe rientrare tra 80 e 88 cm; so che non è facile, soprattutto in menopausa. Quando ci troviamo davanti ad una persona che fuma o è in sovrappeso o che segue una dieta sbilanciata, che assume bevande alcoliche in quantità più che moderate e conduce una vita sedentaria, dobbiamo indagare più approfonditamente anche se può sembrare in buona salute.
Non bisogna infatti dimenticare che in soggetti apparentemente sani si possono nascondere criticità, come il prediabete o un’ipercolesterolemia o valori pressori non adeguatamente controllati Non va sottovalutato nulla. Un controllo dev’essere fatto.

Quali analisi sono fondamentali?

Un dato importante da acquisire è la pressione arteriosa. Persiste in molte persone il vecchio concetto “invecchiando va bene se la pressione è un po’ più alta” in realtà no: per tutti, a prescindere dal sesso e dall’età, la pressione ottimale deve essere 120-130/80.
Poi, ci sono esami che devono essere fatti perché forniscono al cardiologo informazioni importanti come quelle relative al quadro lipidico, quindi colesterolo totale, HDL, LDL e trigliceridi, che servono anche per calcolare il rischio cardiovascolare del paziente. Il colesterolo LDL è l’elemento principale alla base della formazione delle placche aterosclerotiche, quindi deve essere basso, anche inferiore a 100 mg/dl.
Analogamente importante è il quadro glicidico (glicemia ed emoglobina glicata) perché ci consente di individuare i pazienti con prediabete (glicemia tra 100 e 125): un prediabete fa ammalare le nostre arterie quando ancora non è un diabete conclamato. In ospedale, nei pazienti che arrivano con un infarto e che sottoponiamo ad analisi, troviamo nel 25-30% un diabete non noto. Probabilmente avevano un prediabete ignorato e l’infarto acuto ha slatentizzata la condizione diabetica.

Quindi, quali esami fare per la valutazione del rischio cardiovascolare del paziente?

Quadro lipidico e glicidico sono fondamentali, e poi a corollario sicuramente la funzionalità del rene, quella epatica, l’emocromo.
Peso, pressione, colesterolo, glicemia, con queste condizioni siamo già in grado di stimare il rischio cardiovascolare; gli eventuali accertamenti vanno di conseguenza.

Quando sono indicati ulteriori accertamenti?

Se, dopo gli esami citati, un paziente apparentemente sano rivela un rischio cardiovascolare basso ci possiamo fermare, non servono ulteriori indagini tranne mantenere uno stile di vita corretto (peso ottimale , non fumo , poco alcool e attività fisica moderata).
In caso contrario, il primo step successivo è l’elettrocardiogramma, per valutare se è normale o vi sono alterazioni indicative di una possibile patologia. L’ECG, quando alterato, può segnalare la necessità di eseguire un ecocardiogramma.
L’Holter cardiaco serve invece quando si sospettano delle aritmie, quello pressorio si esegue quando non risulta chiaro se il paziente sia veramente un iperteso o se lo sia in certe condizioni, di giorno o di notte.
Anche l’ecodoppler dei tronchi sopraortici può essere uno strumento utilizzato per stimare la presenza di placche aterosclerotiche in un distretto (quello carotideo) di facile analisi.

Esistono altri strumenti diagnostici non invasivi per valutare lo stato di salute del cuore?

Uno spazio che oggi riservano le Linee Guida, e che sicuramente è un “di più” per la cardiologia è quello della Coronaro TC (una TAC delle coronarie, quindi non una coronarografia), che ci consente di vedere come sono le coronarie del paziente; se la tac è totalmente negativa, ossia non rivela la presenza di calcio o di placche, possiamo tranquillizzare il paziente: se continuerà ad avere uno stile di vita corretto, la probabilità di avere una malattia coronarica a 10 anni sarà molto bassa.
Nei pazienti con fattori di rischio, l’uso della TAC coronarica è un ottimo strumento, sia per il suo valore predittivo negativo ma anche per il riconoscimento precoce di stenosi coronariche che potrebbero determinare eventi cardiovascolari come infarto o angina pectoris.

Abbiamo capito l’importanza delle analisi del sangue. Con quale frequenza è consigliabile eseguirle?

Dai 50 in su le analisi del sangue andrebbero eseguite una volta l’anno quando c’è qualche criticità (anche se minima), altrimenti ogni 2 o 3 anni.

Un ultimo consiglio?

La prevenzione va fatta con tutti i pazienti. Parlare di prevenzione cardiovascolare aiuta a far comprendere l’importanza di uno stile di vita corretto e del controllo dei fattori di rischio. Come tale, se ben applicata, ha un impatto positivo non solo sulle malattie ma anche sulla mortalità cardiovascolare .

 

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